Capire l’architettura

“Bruno Zevi non è stato uno storico, ma un progettista critico capace di leggere lo spazio e tradurlo in un linguaggio essenziale, difficile da codificare e riutilizzare, ma carico di significati simbolici e politici”.

Se è vero che le nostre esperienze nello spazio, il nostro saper guardare, costituiscono il bagaglio che ci portiamo dietro in ogni progetto, la rielaborazione della nostra memoria, la verifica costante del rapporto analogico che con essa possiamo costruire è il metodo che Bruno Zevi sperimenta, trasformando il vivere lo spazio in uno strumento operativo per la costruzione del progetto.
Zevi non è stato uno storico, ma un progettista critico capace di leggere lo spazio e tradurlo in un linguaggio essenziale, difficile da codificare e riutilizzare, ma carico di significati simbolici e politici.
Sembrerà strano, ma gli architetti amati da Zevi non hanno quello che può essere definito come un linguaggio comune, riproducibile. Nessuno di loro condivide infatti con gli altri una grammatica, e questo Zevi lo sapeva benissimo. Tutti consideravano lo spazio come il fulcro della loro architettura.


 

Bruno Zevi, ritratto. Gli Architetti di Zevi, MAXXI, Roma 2018. Foto Elisabetta Catalano
Bruno Zevi, ritratto. Gli Architetti di Zevi, MAXXI, Roma, 2018. Foto Elisabetta Catalano



Nel centenario della sua nascita e a quasi vent’anni dalla sua scomparsa, una mostra a Roma, al MAXXI, dichiara con grande lucidità l’importanza che Zevi ha avuto nel dopoguerra.
Ancora più importante per le ultime generazioni di architetti che non hanno studiato sui suoi libri, perché nessuno, purtroppo, li ha costretti a farlo. Zevi era di parte, e forse poco lucido nello storicizzare, ma incredibilmente capace di trovare immediatamente, al primo sguardo, la forza di un progetto (provate a leggere le poche frasi che accompagnano i progetti in mostra per capirlo).
Oggi la storia è sempre più cronologicamente esatta e quindi incapace di essere interpretata; il museo diventa quindi il luogo adatto per rileggerla con distacco critico.
Una mostra di architettura è il dispositivo perfetto per rileggere Zevi, attraverso i frammenti dei suoi testi, le fotografie, i progetti che ha difeso ed esaltato, gli architetti in cui ha avuto fiducia, i libri che ha scritto e fatto scrivere. Un metodo di studio necessario che esce dai canoni della sterilizzazione del pensiero zeviano.


Gli Architetti di Zevi, una veduta della mostra, MAXXI, Roma, 2018
Gli Architetti di Zevi, una veduta della mostra, MAXXI, Roma, 2018



Zevi sapeva guardare il futuro, era un comunicatore capace di leggere i media come nessun altro, il primo a portare l’architettura in TV, il primo a credere nell’editoria indipendente, il primo a vendere i suoi libri e quelli di giovani autori in edicola invece che in libreria. Il primo a capire che era necessario far capire l’architettura alla gente.
Attualmente, in nessuna scuola gli studenti leggono i suoi libri, non hanno il tempo di leggerli, eppure sarebbe proprio Zevi l’architetto capace di parlare la loro lingua, se fosse ancora in vita.
Egli parlava per immagini. Anche quando rifletteva a voce alta, e spiegava il suo pensiero, aveva la capacità di metterci di fronte a un’iconografia riconoscibile. La sua cultura visuale è ancora all’avanguardia.
È stato il primo, infatti, a realizzare una Storia dell’architettura (editore Einaudi) in cui le immagini avevano un ruolo chiave: due volumi, il primo solo testo, il secondo solo fotografie.
Ecco il punto, Zevi utilizzava l’immagine per leggere lo spazio, quelle stesse immagini che oggi ognuno può trovare in rete in ordine sparso erano catalogate e utilizzate come sistema di scrittura. Non a margine del testo, ma a dare forma a un testo indipendente. Le immagini usate come forma di lettura critica.
L’architettura, per il professore, non è solo uno strumento per leggere la storia, ma il modo attraverso il quale lo spazio si trasforma nel tempo, attraverso una lenta evoluzione; Michelangelo, Borromini, Wright, i padri, dai loro edifici tanti altri progetti hanno preso forma.
Al MAXXI Pippo Ciorra e Jean-Louis Cohen dialogano con Zevi, selezionano fatti e progetti, ricompongono un puzzle complesso di idee, attraverso le parole dello stesso architetto, che scrive le didascalie che accompagnano il materiale esposto, disegni, fotografie e modelli.
Ciorra si sofferma sul messaggio e sull’impegno politico: “Zevi è testimone attivo del perenne matrimonio italico tra architettura e politica dall’inizio alla fine della sua vita, dal gruppo di studio ispirato da Ruggero Zangrandi al Liceo Tasso di Roma, fino al tentativo di ricostruzione del Partito d’Azione del 1994… il tracciato del suo legame con la politica e con la visione politica della disciplina ha un andamento tutt’altro che lineare”.


Gli Architetti di Zevi, MAXXI, Roma, 2018
Gli Architetti di Zevi, MAXXI, Roma, 2018



Cohen sul suo ruolo di intellettuale e autore di libri, sempre scritti come contrappunto a testi internazionali. Zevi li affianca e li accompagna a rileggere la storia attraverso la propria storia personale.
Tra i tanti libri cui è legato il nome di Bruno Zevi, uno dei più stupefacenti è senz’altro Zevi su Zevi […] dando forma, attraverso le immagini, al proprio percorso nell’architettura e nella società…
Una rilettura importante e molto attuale, vista l’eterogeneità degli architetti che ha sempre difeso ed esaltato.  Gli architetti e ingegneri presenti nella mostra sono 35 – tra cui Maurizio Sacripanti, Luigi Pellegrin, Franco Albini, Giovanni Michelucci, Mario Ridolfi, Carlo Mollino, Montuori, Musmeci e Perugini.
Pur riconoscendo una linea chiara nei suoi interessi, gli architetti per Zevi erano meno importanti dei loro progetti. Zevi infatti sceglieva e guardava solo i progetti, non era interessato a formare una scuola, era interessato allo spazio dell’architettura. Il progetto, e oggi dovremmo fare la stessa cosa, è la cosa più importante nello studiare l’architettura.


Gli Architetti di Zevi, MAXXI, Roma, 2018
Gli Architetti di Zevi, MAXXI, Roma, 2018



Ho letto e riletto i libri di Zevi, non per studiare e capire la storia, ma per imparare a leggere lo spazio. A volte mi fermavo a guardarlo giocare a tennis (frequentavamo lo stesso circolo), mi ha dato del reazionario commentando la mia tesi di laurea, complimentandosi invece anni dopo per un progetto premiato a un concorso. Gli ho proposto di scrivere una piccola monografia su Steven Holl, lui mi convinse a scrivere sul concorso del Chicago Tribune, la storia dei concorsi è importante per chi ama fare concorsi di architettura.


Gli Architetti di Zevi, una veduta della mostra, MAXXI, Roma, 2018
Gli Architetti di Zevi, una veduta della mostra, MAXXI, Roma, 2018

 

PellegrinB032295S, Gli architetti di Zevi, MAXXI, Roma, 2018
PellegrinB032295S, Gli architetti di Zevi, MAXXI, Roma, 2018



La prima volta che l’ho incontrato ho semplicemente suonato al campanello del suo studio, era sempre disponibile. Ecco, ho imparato grazie a lui ad amare l’architettura. E forse senza cercare di capire a fondo il suo pensiero, la cosa che traspare, rileggendo il suo lavoro sul campo, è che Zevi ha sempre amato e creduto nella forza dell’architettura.
La mostra al MAXXI è quindi un momento importante in cui ogni visitatore può imparare a leggere questa controversa disciplina. Caratterizzata da un allestimento elegante e raffinato, essa comunica attraverso diversi linguaggi e si fa partecipe del pensiero zeviano, volto sempre a ripensare la città e il ruolo fondamentale dell’architettura.

[Gli Architetti di Zevi. Storia e controstoria dell’architettura italiana 1944-2000, a cura di Pippo Ciorra, Jean-Louis Cohen, Quodlibet, 2018]

Luca Galofaro
Luca Galofaro