Gernot Wieland …like ink in milk

ATTRAVERSO IL RICHIAMO A UN ESPERIMENTO USATO PER SPIEGARE IL FUNZIONAMENTO DELL’ENTROPIA, LA PERSONALE DI GERNOT WIELAND CURATA DA ZASHA COLAH NEGLI SPAZI DI QUARTZ STUDIO A TORINO HA SOLLEVATO UNA SERIE DI INTERROGATIVI. IL VIDEO INK IN MILK (2018), NARRATO IN PRIMA PERSONA DALL’ARTISTA AUSTRIACO E SOTTOTITOLATO IN ITALIANO PER L’OCCASIONE, SOSTENENDO E AL CONTEMPO NEGANDO LE DOMANDE, PARTE DA ALCUNI EPISODI DELL’INFANZIA DI WIELAND PER RIFLETTERE SUI CONCETTI DI NORMALITÀ, ORDINE, DISORDINE, E SU UNA LORO POSSIBILE DEFINIZIONE. IL LAVORO HA RICEVUTO DIVERSI RICONOSCIMENTI, TRA CUI IL BEST FILM AWARD NEL CONTESTO DEL KINODOT EXPERIMENTAL FILM FESTIVAL DI SAN PIETROBURGO (2020), UNA MENZIONE SPECIALE IN OCCASIONE DELLA XXXVI EDIZIONE DELLO SHORT FILM FESTIVAL DI AMBURGO (2019) E IL MEDIA ART AWARD OF THE GERMAN FILM CRITICS ALL’INTERNO DELL’EUROPEAN MEDIA ART FESTIVAL DI OSNABRÜCK (2019).

Nello spazio di Quartz troviamo due sedie, poste una di fronte all’altra, a suggerire un dialogo intimo, quasi sussurrato, tra due persone. Su una sedia è appoggiato uno schermo leggermente curvo che riceve le immagini dal proiettore che ha davanti. Questo allestimento semplice ed efficace ben introduce quello che, sedendoci sul pavimento di fianco al proiettore, vedremo in Ink in milk di Gernot Wieland.
Nel video, l’artista racconta in prima persona alcuni episodi della sua infanzia. Inizia con una descrizione delle punizioni inflitte dalla sua insegnante alla classe, sadici tentativi di inquadrare l’attitudine dei bambini in una presunta “normalità” attraverso l’umiliazione e la sofferenza fisica. In questo contesto, il suo migliore amico una mattina si presenta a scuola vestito da donna. La maestra gli dà uno schiaffo e lo manda a casa. Il giorno seguente il bambino si presenta senza trucco, “normale”. Sullo schermo vediamo accurate viste in pianta della classe, un’analisi schematica della struttura spaziale in cui l’artista ha subìto i maltrattamenti, e di come questi abbiano fatto nascere in lui un’esigenza di relazione con il mondo traducendosi in pratica artistica.
Seduti di fianco alle due sedie nello spazio espositivo vediamo sullo schermo due piccole sedie di plastilina poste una di fronte all’altra e sentiamo la voce fuoricampo di Wieland dire: “Il modo in cui poniamo i nostri corpi in relazione tra loro è l’inizio della politica”.
Un giorno lui e il suo migliore amico scappano di casa. Si rifugiano in un bosco, dove pianificano la costruzione di una barca con cui fuggire in Sud America per andare a vivere con gli indigeni. Quando vengono trovati, il suo amico viene portato in un ospedale psichiatrico, mentre Wieland viene trasferito in un’altra scuola, in un altro paese. Lì incontra uno zio convinto che la struttura dei cristalli rifletta le condizioni psicologiche degli esseri umani, e che l’imitarne la forma possa liberare dal dolore e far ritrovare l’equilibrio, la “normalità”. L’artista segue i consigli dello zio, contagiando il villaggio, in cui tutti ben presto iniziano a interpretare costantemente strutture cristalline per superare le loro paure. Tutto si ferma, i campi tornano a essere incolti, le case cadono in rovina. Poi un giorno lo zio muore e tutto torna alla normalità. “Niente più cristalli, niente più desideri”.
Wieland fa visita al suo amico all’ospedale psichiatrico. Questi, invece di uscire, preferisce salire e scendere le scale dell’istituto. L’artista interpreta questo comportamento constatando che una scala non si può percorrere di lato, ma solo in due direzioni, in su e in giù, e questo fatto àncora l’amico alla realtà e alla sua volontà di tornare indietro nelle sue azioni.
Anni dopo, Wieland partecipa a una gita in montagna con il suo amico e altri pazienti dell’istituto. Durante una scalata, la sua fune si spezza. L’artista cadendo nota che anche in questo contesto si può andare solo su o giù. Prima che la fune di sicurezza arresti la sua caduta, l’artista vede passarsi tutta la vita davanti. Noi, sullo schermo, vediamo video velocizzati di qualcuno che scende e sale le scale. Mentre cade, sente che tutte le sue sensazioni si mischiano alle altre, come un liquido scuro che si disperde in uno più chiaro, come l’inchiostro nel latte che dà il titolo all’opera.
Così come versare dell’inchiostro nel latte è un’operazione apparentemente semplice che racchiude e sintetizza considerazioni e conseguenze di enorme portata, allo stesso modo Ink in milk è un lavoro a prima vista leggero ma in realtà dotato di stratificate complessità e molteplici chiavi di lettura.
L’inchiostro nel latte è un classico esperimento che viene fatto per spiegare il funzionamento dell’entropia, che è la misura del disordine presente in un dato sistema fisico. Nella versione italiana questo esperimento si fa con il cappuccino, ma il risultato non cambia: è più facile mescolare tra loro due sostanze diverse che separarle. Detto in altri termini, l’energia che si impiega a versare inchiostro nel latte sarà sempre incredibilmente minore rispetto a quella che servirebbe per separarli una volta mescolati. Questa considerazione è legata all’irreversibilità dello scorrere del tempo. Mentre scendere una scala richiede meno energia di quella che serve per salirla, e quindi l’andare su e giù dell’amico di Wieland si può concettualmente avvicinare a un’operazione reversibile, tutte le nostre azioni non possono essere condotte nelle due direzioni temporali. Sono irreversibili.
Durante la caduta dalla rupe l’artista realizza che viviamo sulla base dei ricordi più che sulla base della realtà effettiva. Verso la fine del video, Wieland si chiede cosa sia stato a trattenerlo dal partire insieme al suo amico, che dopo essere uscito dall’ospedale ha effettivamente costruito una barca ed è effettivamente salpato alla volta del Sud America. Mentre sullo schermo vediamo l’artista scalzo che sale dei gradini, la sua voce fuori campo dice: “Ho capito che è il mio linguaggio a trattenermi, perché il mio linguaggio sparirebbe con me, ma continuerebbe a parlare. E se così fosse, avrei finalmente rimpiazzato la causalità”, ossia la relazione tra causa e effetto, l’irreversibile sequenza legata alla direzione del tempo. Andando in Sud America, l’abbandono della sua lingua avrebbe invertito le leggi energetiche dell’entropia, sconnettendo la sua esistenza dall’asse temporale. Questa conclusione, invece di dare un equilibrio alla narrazione, ne introduce un altro di ordine nuovo, così come l’adozione delle forme dei cristalli da parte degli abitanti del villaggio ne ha alleviato le pene al costo dell’annullamento di ogni attività.
Ink in milk ci lascia con più domande che risposte, con più dubbi che certezze. La “normalità” va ricercata nell’ordine? E se fosse, in che modo si definisce cosa è ordinato e cosa è normale? Queste domande vengono al contempo sostenute e demolite dalla logica e coerenza di Wieland che, nel narrare il video, effettivamente non parla la sua lingua.

giugno 2021

Matteo Mottin
Matteo Mottin