“Un’utopia è per eccellenza realizzabile”*. Margherita Moscardini e The Fountains of Za’atari

NELLA PRIMAVERA 2019 LA COLLEZIONE MARAMOTTI HA RESO POSSIBILE A REGGIO EMILIA L’AVVIO DELLA FASE ATTUATIVA DEL PROGETTO THE FOUNTAINS OF ZA’ATARI. PARALLELAMENTE ALLA MOSTRA CHE ILLUSTRA NELLA SUA ARTICOLAZIONE L’INTERO PROGETTO, È PARTITA INFATTI LA PROCEDURA DI RICHIESTA DI IMMUNITÀ TERRITORIALE PER LA SCULTURA/FONTANA REALIZZATA NEL PARCO ALCIDE CERVI.

Za’atari nasce nel 2012 come campo per rifugiati per ospitare temporaneamente i siriani in fuga dalla guerra. Si è poi trasformata, di fatto, in una città, a oggi la quarta della Giordania per numero di abitanti.
Le principali fasi su cui il progetto di Margherita Moscardini The Fountains of Za’atari si basa si potrebbero così riassumere: molte famiglie residenti del campo col tempo hanno progressivamente ruotato, intorno a un vuoto, i caravan forniti loro dalle organizzazioni umanitarie. Il caravan da casa è divenuto stanza dell’abitazione. Questi vuoti si sono trasformati in cortili con fontana, creando una situazione che ricorda il modello tipico della tradizione architettonica del mondo arabo-islamico. I cortili con fontana sono in cemento, un’anomalia in un campo per rifugiati dove tutto dovrebbe rimanere temporaneo. Un gruppo di lavoro diretto dall’ingegnere Abu Tammar Al Khedeiwi Al Nabilsi ha poi realizzato un catalogo che ha lo scopo di commercializzare i modelli di cortile con fontana con l’auspicio che istituzioni e municipalità europee possano acquisirli per riprodurli nelle loro dimensioni reali in Europa. Infine l’intento ultimo è che queste sculture beneficino di extraterritorialità. Le royalties derivate da queste vendite sono destinate al siriano che ha progettato quello specifico cortile con fontana.Di questa operazione verrà pubblicato un libro, in corso di realizzazione. Questo strumento sarà elemento fondamentale per la diffusione e il funzionamento di tutto il progetto. Sarà composto da due volumi: uno, con la guida alla città raccontata attraverso queste “piazze private”, fungerà anche da catalogo dei modelli in vendita, il secondo conterrà i contributi teorici e una relazione tecnica che indica l’iter da seguire per convertire le sculture in spazi extraterritoriali.
L’intera ricerca e un primo prototipo di scultura, ora nella collezione del Museo MADRE di Napoli, sono stati prodotti dalla Fondazione Pastificio Cerere. A Roma l’artista ha presentato un modello di uno specifico cortile con fontana nelle sue dimensioni reali, ma è a Reggio Emilia che il tutto si realizza per la prima volta in modo totale, cioè con l’attivazione del progetto come dispositivo.2 Qui si sta lavorando per dare immunità territoriale alla scultura. L’organizzazione della mostra alla Collezione era molto lineare. Nella Pattern Room vi era una pianta del campo ricalcata a parete su cui si potevano localizzare i sessantuno cortili con fontana mappati e contrassegnati da numeri corrispondenti alla loro immagine dipinta su grandi fogli. Questi erano allestiti sulla parete di fianco alla mappa come un campionario da “sfogliare”. Infine vi era un video documentario sul progetto e, su un tavolo, come quello dello studio dell’artista, una piccola proiezione e poi disegni, fotografie e libri, alcune delle sue fonti bibliografiche. La presenza di questo tavolo da lavoro ci indicava che il progetto era davvero partito ed è tuttora in corso e non concluso con la mostra.
Le possibili letture simboliche, molte, come molte sono le discipline, gli snodi di ragionamento sui temi che l’operazione è in grado di innescare, trovano, per scelta della Moscardini, un ambito entro cui definirsi e germogliare, quello delle arti visive.
In opere spesso presentate anche in rassegne di grande rilievo internazionale si è testimoni, purtroppo in modo sempre più frequente, di scarsa qualità del rapporto cultura della forma/contenuto, del loro reciproco squilibrio o, nei casi peggiori, della loro assenza. Quelle opere sono le testimonianze di ricerche i cui esiti, spesso, si distinguono a fatica da una mera presentazione di informazioni su modello giornalistico. Fatta eccezione di un concettualismo di qualità che potremmo considerare “puro e radicale”, sono infastidito dal credito dato a opere che vengono sovrastate dal loro stesso messaggio e dove l’aspetto formale è scollegato da esso. Tutto ciò è distante dall’attuale progetto di Moscardini come, del resto, dalla sua ricerca dagli inizi a oggi. In lei ci sono forma, colore, ragionamento sulla scala, sul peso, sui materiali, sullo spazio e, fondamentale, sulle problematiche analizzate. Vi è, quindi, una convincente “estetica dei contenuti”, attribuendo qui alla parola “estetica” un’accezione la più positiva. Tutto è intrinsecamente congiunto a una raffinatezza e intelligenza di ragionamento che conduce a un “urto” di significati benèfici per chi desidera farne esperienza.
La fontana nel parco Alcide Cervi di Reggio Emilia ha subìto una sorta di traslazione. Dal luogo d’origine alla nuova sede si carica di ulteriori significati, diventa un dispositivo dialettico: c’è un modo di intendere la cittadinanza non più vincolato all’appartenenza territoriale, sulla quale si basa, invece, lo stato nazionale? Moscardini, però, non dimentica mai di poter e volersi muovere nell’ambito delle arti visive. L’aspetto formale c’è, è reale e studiato attentamente. Non va dimenticato anche un dettaglio importante: questo cortile con fontana, già scultura a Za’atari, in Europa subisce un’inversione di rapporti, accrescendone ulteriormente gli aspetti simbolici e formali. La fontana si trasforma in piedistallo del cortile e quest’ultimo si manifesta come piattaforma praticabile. Moscardini sa che gli elementi del “visivo” sono una possibilità per veicolare al meglio i contenuti e, quindi, per rafforzare l’impatto semantico ed emotivo legato alle tematiche su cui ha lavorato e sta lavorando.
Abbiamo prova di questo anche quando parla della folla in protesta a Istanbul nel 2013, in una maniera che definirei “scultorea”3:  “[…] vista dall’alto, la folla calza perfettamente le strade strette tra gli edifici, riempie quei vuoti come la materia colata nel suo stampo. […] ci sono stati di aggregazione che somigliano a capolavori. […] la moltitudine è un organismo”4; “[…] la folla è un organismo che si plasma sul costruito: diventa il positivo del negativo che sono i vuoti urbani; e che il singolo si isoli o si tenga stretto al corpo dell’organismo, non cambia la sua sostanza di dispositivo, che occupando il vuoto misura, mostra e riconfigura in continuazione l’architettura. Diventa lui stesso architettura.”5
Il lavoro di Moscardini continua a indicare, ad affermare e a mettere in discussione. Questo crea attenzione in chi ha a che fare con le sue opere. Creando attenzione si generano energie che si possono convogliare in obiettivi. Francis Alÿs nel 2002 realizza il video When Faith Moves Mountains, scaturito come reazione alla situazione politica di Lima di cui aveva fatto esperienza un paio di anni prima. Trovo quest’operazione di una forza travolgente, anche per chi, come lo scrivente, non ha fatto parte dei cinquecento volontari che spostarono di qualche centimetro una duna di sabbia nei pressi di Lima. Il livello di utopia è alto, legato anche ai portati simbolici dell’azione, ma il lavoro vi è stato. Il risultato fisico non fu permanente se non tradotto in video, ma nonostante ciò le persone spostarono davvero una duna. Le differenze fra questo lavoro di Alÿs e questo di Moscardini sono evidenti, ma riconosco una stessa forza utopica realizzata e densa di significati. Questa forza è stata aiutata a trovare il proprio modo di attuarsi, in Moscardini anche in maniera duratura grazie alla scultura. Questi due slanci, nella loro ampiezza, sono utopie realizzabili.
Nel 2008 Moscardini prese parte al Corso Superiore di Arti Visive della Fondazione Antonio Ratti di Como. Il visiting professor di quell’anno era Yona Friedman. È interessante come queste frasi di Friedman possano, a mio avviso, risultare perfette per parlare anche dell’operazione The Fountains of Za’atari: “Credere in un’utopia e essere contemporaneamente realisti non è una contraddizione. Un’utopia è, per eccellenza, realizzabile. […] l’operazione chiave dell’utopia realizzabile consiste nell’ottenere il consenso.”6 Ecco, Margherita Moscardini cerca consenso proponendo a istituzioni e municipalità europee una vendita per rendere concrete idee e messaggi diffondibili tramite la forma.
Anche, ma non solo, alla luce di questo progetto in atto, trovo queste altre parole quanto mai puntuali per il suo percorso: “Credo […] che ‘vivere vuol dire essere partigiani’. […] L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. […] è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti […] Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare […]”.7 L’artista e il suo lavoro ne sono qui assolutamente consapevoli e hanno scelto la difficile “strada partigiana”.

1 novembre 2019

NOTE
* Y. Friedman, Utopie realizzabili, Quodlibet, Macerata 2008, pp. 15, 20
1. Per il censimento dei cortili con fontana, avvenuto tra il 2017 e il 2018, l’artista ha collaborato con la giornalista Marta Bellingreri e l’ingegnere Abu Tammar Al Khedeiwi Al Nabilsi, con il contributo di Kilian Kleinschmidt dell’UNHCR, che diresse il campo fra il 2013 e il 2014. Moscardini ha collaborato con gli abitanti del campo.
2. La mostra alla Fondazione Pastificio Cerere di Roma del 2018 si intitolava Inventory. The Fountains of Za’atari, a cura di Marcello Smarrelli. Era uno dei progetti vincitori della prima edizione del bando Italian Council ideato dalla Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali.
3. Ci si riferisce qui al progetto/mostra Istanbul City Hills. On the Natural History of Dispersion and States of Aggregation, svoltasi nel 2013 presso l’Istituto Italiano di Cultura della città. A cura di Maria Rosa Sossai. È stato un evento collaterale della 13° Biennale di Istanbul.
4. M. Moscardini in collaborazione con Eugenio Crifò, Istanbul City Hills. On the Natural History of Dispersion and States of Aggregation, Libria, Melfi 2013, pp. 36 e 37.
5. M. Moscardini, intervista a cura di D. Bigi, Margherita Moscardini. Istanbul City Hills, in “Arte e Critica”, n. 75/76, 2013, pp.118-119.
6. Y. Friedman, Utopie realizzabili, Quodlibet, Macerata 2008, pp. 15, 20.
7. A. Gramsci, Odio gli indifferenti, Chiarelettere, Milano 2012, pp. 3-4.

Alberto Fiore
Alberto Fiore