Caterina De Nicola. Traslocare

«Le parole sono cose umane»,1 definiscono e fissano i pensieri, esplicitano, dichiarano, specificano. Messe in fila, una dietro l’altra, compongono frasi per poter comunicare, punteggiatura e pause enfatizzano questo o quel concetto e così la maggior parte delle relazioni si costruisce nel definito schema del linguaggio, nel susseguirsi ordinato di parole con le sue regole e i suoi principi. Cosa accadrebbe però se quel flusso si interrompesse, se la struttura crollasse e restasse soltanto la parola?
Un unico termine, Reflux,2 riecheggiava nella sede milanese dell’Istituto Svizzero durante la personale di Caterina De Nicola, Reek of past pitfalls, conclusa ad aprile e, isolato e solitario, rimasto fuori dalla frase, esprimeva il suo più intimo significato. Dal latino “refluere”, scorrere all’indietro, il vocabolo suggerisce un ritorno, un rigurgito di probabili memorie, discorsi, ragionamenti che l’artista osserva e indaga. Reflusso però non è soltanto tornare indietro, è anche, soprattutto, cambiare direzione, virare, ed è su questo che si plasma il lavoro di De Nicola, sullo stravolgimento delle traiettorie usualmente compiute da oggetti e idee e sulla trasformazione di senso, simbolo e valore che tale trasferimento produce. Si tratta di spostare le cose, tirarle fuori dal proprio contesto di appartenenza per immergerle in un altro e osservarne variazioni e opportunità, un trasloco che non rifiuta mai le influenze che l’ambiente opera sugli oggetti ma, al contrario, si rassegna a un eterno star dentro che costruisce significato, in cui al cambio del contenitore muta anche il contenuto.
Caterina mi dice, durante una conversazione, di essere interessata «al processo di trasformazione che il simbolo ottiene» nel momento in cui le cose rinunciano al contesto che le aveva connotate per abitarne un altro che le caratterizzerà anch’esso, dal quale saranno ancora una volta plasmate e che gli attribuirà nuovo senso. Consapevole che lasciare ogni cosa al proprio posto vuol dire arrendersi a un sistema che mette a disagio, regolato da pattern invisibili che dominano sull’agire e, ancora più intensamente, sull’intendere il mondo di ognuno, De Nicola intraprende un viaggio che finisce per compiersi su due binari in cui da una parte i consueti simboli della società contemporanea si svuotano del proprio abituale contenuto e dall’altra oggetti quotidiani assumono un impensabile valore simbolico. Il reflusso diventa allora sintomatico di un ambiente fatto di paradigmi nascosti che regolano la nostra esistenza, che aleggiano nell’aria veicolando ogni nostro movimento e l’artista, coi suoi traslochi, innesca un cortocircuito, assume una posizione «cinica» in cui «per affrontare un ambiente in cui non ci si sente a proprio agio si è costretti a utilizzare una sorta di umorismo» e con ironia e una punta di sarcasmo da un lato gioca con i trasferimenti di senso e dall’altro li dichiara come veri. E se «vivere significa coinvolgere e lasciarsi avvolgere da una parte del mondo, e permettere poi che sia quest’ultima a dire io in noi»,3 sembra possibile tracciare una via dall’interno ricostruendo un proprio sistema di valori, dichiarandone l’esistenza e invitando chi lo guarda ad assumerlo come proprio. De Nicola ridisegna un immaginario delineando nuove trame, strutturando inediti schemi e muovendosi su un improbabile orizzonte delle possibilità e all’Istituto Svizzero ha realizzato «un grande advertisement» che è una dichiarazione d’intenti da un lato e un’amara constatazione dall’altro, con un’unica volontà: rendersi visibile.
È in questo mostrare le trame che fluttuano sulle nostre esistenze che l’artista costruisce meticolosamente i propri scenari, utilizza materiali e oggetti di riuso riunendoli in composizioni che sembrano mettere in scena il caso, che invitano chi le guarda a riconoscersi in quegli oggetti rendendo la propria intima visione parte di quella costruzione mai del tutto definita, come gli scenari negli occhi degli animali impagliati che l’artista ha fotografato al Museo Civico di Storia Naturale di Milano, anch’essi mai pienamente riconoscibili. Lo sguardo di quei soggetti prende vita nelle improbabili visioni dei loro occhi, immaginando possibilità alternative di vite ormai concluse, ma certamente esistite e tra sguardi impossibili e inquadrature incomprensibili tutto resta sul filo della penombra.
Parlandomi dei suoi vecchi scritti horror gore – cut-up senza inizio e fine nati anch’essi da spostamento, decontestualizzazione, e accostamento di parti di testi – Caterina mi spiega come  «questa messa in scena era astratta, non era mai ben definita e lasciava molto spazio di interpretazione», l’intento non è dunque quello di ridefinire i contorni delle cose, ma al contrario, di mostrarle senza i limiti della determinazione, liberandole nella possibilità, semplicemente, di esistere.
Il linguaggio in quanto linguaggio, la messa in scena in quanto messa in scena, gli oggetti in quanto oggetti e le parole in quanto parole. Il lavoro di De Nicola affonda le sue radici sul delineare immaginari senza mai tracciarne i confini ragionando sulle cose e sulla loro esistenza in cui l’ombra, sfumata e indefinita, assume valore, e la sagoma cessa di esistere.
Uscire fuori dai tracciati vuol dire prendere una posizione netta nei confronti di un esserci che deve perdere la propria funzione per riconfigurarsi come autentico stare al mondo, esistere per esistere, senza una necessaria utilità e senza uno scopo definito. In questo contesto lo scenario rinuncia al teatro, la parola alla frase e l’oggetto al design, in un immaginario che essenzialmente è, con tutte le sue possibili interpretazioni, con tutte le possibili influenze. Reflux composta da casse di legno, vetro, pittura, oggetti, affermava se stessa nella sua ontologia di parola, susseguirsi di lettere e oggetto. Un design svuotato della sua funzione, che non serve a niente e che naturalmente e unicamente c’è, in quel momento e in quel luogo.
Caterina mi racconta quali possano essere gli antecedenti di tali riflessioni, forse la sua formazione in una scuola nota soprattutto per il suo dipartimento dedicato al design (l’ECAL di Losanna), forse la sua recente visita al Werkbundarchiv – Museum der Dinge (o Museum of Things) di Berlino. Sta di fatto che un tema centrale della sua ricerca è l’osservazione delle influenze del design (e dell’ambiente) sulle nostre vite e viceversa, e per lei, mi spiega, «è interessante come le dinamiche esterne definiscano come debbano essere disegnati gli oggetti e gli oggetti definiscano come si muovono le persone». Di fronte a questa consapevolezza De Nicola sceglie di creare i propri pattern in cui ogni cosa si autodefinisce e in cui le influenze possibili sono talmente tante da divenire irriconoscibili. Spostare le cose è parte di questa attitudine, gli oggetti perdono la propria destinazione d’uso e chi li guarda, pur riconoscendoli, ha l’opportunità di interpretarli: ogni cosa è se stessa e ogni cosa è qualsiasi cosa.
Ripenso alla parola, cellula del linguaggio. Non ha più senso chiedersi cosa ne sia di pensieri, ragionamenti, idee, forme e intenzioni quando i contesti si trasformano e gli schemi vengono a mancare. Le linee invisibili in cui siamo immersi e di cui siamo parte continueranno a intrecciarsi e a sciogliersi definendo noi stessi e i nostri movimenti, De Nicola suggerisce un’opportunità, traslocare, portare con sé l’essenziale e abitare un nuovo ambiente, lasciarsi circondare e attraversare, costruire i propri nodi e renderli visibili, manifestarsi ed esistere, con tutte le sue possibilità.

Arte e Critica, n. 97/98, primavera-estate 2023, pp. 67-69.

1. T. Ingold, Corrispondenze, Raffaello Cortina Editore, Milano 2021, p. 228.
2. Il titolo dell’opera è To become a Butterfly of the Capitalist Extracting Surplus-value.
3. E. Coccia, Filosofia della casa. Lo spazio domestico e la felicità, Einaudi, Torino 2021, p. 20.

 

Alessia Coppolino
Alessia Coppolino