Stefania Galegati: Sub Rosa è un video della durata di 10 minuti realizzato in collaborazione con Chiara Agnello.
Nasce da un laboratorio più ampio, l’Università dei saperi, all’interno della sezione femminile dell’istituto penitenziario Lorusso Pagliarelli di Palermo, che ho fatto durante il progetto universitario GAP – Graffiti Art in Prison.1
Conoscevo Chiara Agnello da qualche anno: un’amica ci aveva fatto incontrare, una sera.
Mi affascinava tanto e ammiravo come si muoveva nel mondo del cinema, che solitamente lascia poco spazio alle donne. Nel progetto GAP, Chiara è stata invitata per realizzare un documentario per Sky Arte. Nei vari laboratori dell’Università dei saperi, ognuna a turno insegnava qualcosa alle altre: sia le operatrici, che le detenute e le dottorande. Abbiamo fatto cappelletti, dipinto, imparato l’uncinetto, danzato la salsa e altro.
Chiara entrava sempre con noi per girare il documentario e ho chiesto anche a lei di guidare uno dei laboratori.
Sub Rosa nasce da lì. Lo abbiamo pensato un po’ insieme, lei lo ha diretto e girato, poi ho fatto il montaggio.
Al centro volevamo mettere l’idea di tempo e lei ha avuto la bella idea delle Rosalie e delle preghiere. Vuoi raccontarlo tu Chiara?
Chiara Agnello: Quando io e Stefania ci siamo incontrate c’è stata un’attrazione immediata, l’una della storia dell’altra. Questa aliena a Palermo che ci fa? Voglio essere amica di un’aliena e farci anche qualcosa di bello insieme. Anni a distanza scrutandoci, e finalmente il momento perfetto per fare qualcosa insieme. Siamo profondamente diverse io e Stefania ma allo stesso tempo così perfettamente sincronizzate. Tanto da affidarsi l’una all’altra senza indugio, senza muri, senza difese. Come due detenute dentro la stessa cella.
Il tempo è l’elemento principale con cui fare i conti all’interno di un carcere. È quello che mi ossessiona. È quello che abbiamo voluto in qualche modo rappresentare in questo video. La possibilità di avere un controllo sul tempo, di velocizzarlo, rallentarlo o fermarlo o addirittura farlo tornare indietro. Forse per avere la possibilità di ritornare in quel punto dal quale non si è più tornati indietro e fare una scelta diversa, salvifica forse? Il tempo è il tuo peggior nemico. Non le guardie, non le sbarre, non il cibo, non l’isolamento, ma il tempo. Infatti le condanne si misurano con il tempo. Tutti dentro un carcere parlano del tempo e della sua percezione. Da quanti anni sei qui? Quanti anni ti rimangono da scontare? Tu sei gli anni da scontare? Tu sei il tempo? O sei la lancetta schiava del ticchettio, ma che in fondo ruota insieme a esso? L’errore, lo sbaglio, sono frutto del tempo? Il tempo della tua vita. Il tempo come unico vero giudice e aguzzino. Ci si abitua a tutto, ma allo scorrere del tempo mai. Un tempo immobile che sgocciola goccia dopo goccia, tutte da contare.
Le preghiere che scandiscono questo tempo, come ritmo del proprio destino. Le preghiere che nascondono più che scoprire. Le preghiere come differenza e come tutto insieme. Cosa posso chiedere qui e ora? Chi mi ascolterà?
Santa Rosalia, qui evocata, racconta di una donna che per sfuggire al proprio destino scappa e si rifugia su un monte per essere se stessa e non quello che un uomo ha deciso che sia. Una ribelle, una rivoluzionaria. Sfuggire al destino che un uomo o una società hanno scelto per te. Scappa Rosalia, scappate Rosalie di tutto il mondo. Non vogliamo essere sante ma donne come lo è stata Rosalia. Vogliamo salvare le nostre vite dalla peste di questa società marcita che oggi mi rinchiude e ieri non mi ha dato niente. La mia preghiera è quella di tutte.
SG: All’interno del progetto GAP ho scritto dei testi con la pittura bianca sui pavimenti delle aree di passeggio.
Volevo lasciare un’opera dentro, per le detenute, che fosse una traccia delle cose che ci siamo raccontate nei vari laboratori e che le accompagnasse nelle loro limitate passeggiate.
In fase di montaggio ho pensato di utilizzare le due lettere come a scandire un tempo lento e cadenzato.
Le lettere erano ispirate alla struttura di alcune email che avevo ricevuto da una vecchia studentessa ma farcite di ricordi e pensieri delle detenute. Abbiamo registrato le lettere con la voce di Simona Malato.
Da qualche mese sono di nuovo al Lorusso Pagliarelli per un’altra serie di laboratori. Ogni tanto incontro le ragazze di Sub Rosa, ci siamo abbracciate e commosse e penso a quante cose ho fatto in questi due anni, mentre loro sono sempre lì in mezzo a quei muri grigi.
A proposito, ogni volta mi dicono di portarti i loro saluti.
Ti va di aggiungere qualcosa?
CA: È incredibile come io e Stefania ci siamo affidate l’una all’altra con grandissima forza e coraggio. Non è usuale che una regista giri il suo film e poi lo lasci nelle mani di un’altra madre che, dopo averlo partorito, lo lava, lo nutre, lo pasce e tu invece non lo vedi più fino al giorno del suo battesimo. L’arte come condivisione, come affidamento, come accudimento. Non avevo mai provato niente di questo genere e non pensavo di esserne capace. Ma la mia sintonia con Stefania Galegati e con la sua intelligenza emotiva simile a quella di una sorella maggiore non mi hanno tradita. Avevamo ragione. Abbiamo fatto entrambe ciò che volevamo ma all’interno di un progetto comune, senza narcisismo o adulazioni, ma avendo imparato da queste donne detenute la bellezza della costruzione insieme, perché da sole qui dentro non possiamo farcela, ma forse neanche fuori. Abbiamo bisogno l’una dell’altra così come con l’arte abbiamo bisogno di capirci e relazionarci. Ne abbiamo bisogno ma non ci definisce in un modo empirico.
SG: Ah, il titolo Sub Rosa, suggerito dalla mia amica Silvia, è una forma abbreviata dell’espressione latina «Sub rosa dicta velata est» (ciò che viene detto sotto la rosa è segreto), che ricorda come la rosa nei miti antichi fosse un simbolo di silenzio e di riservatezza. La frase latina significava che, se si poneva una rosa sul tavolo, chi aveva ascoltato o detto qualcosa era impegnato a tenerlo segreto.
Arte e Critica, n. 100, primavera 2025, pp. 34-35.
1. Il cortometraggio Sub Rosa (Italia, 2024, 10 min) scaturisce da un laboratorio creativo svolto da Stefania Galegati e Chiara Agnello con le detenute della Casa circondariale Antonio Lorusso – Palermo Pagliarelli, come parte di GAP Project – Graffiti Art in Prison del Simua-Sistema Museale dell’Università degli Studi di Palermo. Il progetto, avviato nel 2020, ha coinvolto negli anni anche Matilde Cassani, Giovanna Silva, Elisa Giardina Papa, David Mesguich e Nicolò Degiorgis, insieme a dottorandi di università internazionali, e altri istituti penitenziari fra cui la Casa di reclusione Calogero Di Bona – Palermo Ucciardone, l’Istituto penale per Minorenni Palermo Malaspina e la Casa circondariale Firenze Sollicciano. A capo del progetto – ideato e coordinato scientificamente da Gabriella Cianciolo Cosentino – vi è Paolo Inglese, mentre il coordinamento artistico è a cura di Laura Barreca e il project management di Gemma La Sita.