Il significato non è che un indizio. Lo suggerisce la stessa etimologia della parola, eppure ricercarlo sembra essere un’urgenza contemporanea, come se definire cose, parole, eventi, persone aiutasse a comprendere un mondo che corre veloce, di cui sembra sempre sfuggire qualcosa.
Un libro recente, Beast Mother (Postmedia books, 2023)1 ripercorre la riflessione intorno al concetto di “madre bestia” portata avanti dal duo Grossi Maglioni che, lavorando in modo processuale e multiforme, ha accolto una certa indefinibilità ammettendola nella necessità di una definizione.
Già a partire dal progetto Occupazioni, iniziato nel 2014 e ancora in evoluzione, Francesca Grossi e Vera Maglioni hanno introdotto nella narrazione la “madre bestia”, un soggetto che vuole sfuggire a un’identificazione precisa, che sceglie di non incastrarsi tra i costrutti di un presente (e di un passato) che definisce, delinea e ingabbia. Attraverso workshop, seminari e opere di vario genere, le artiste portano avanti una riflessione che contempla ogni possibilità d’essere, anche quella bestiale, assumendo una precisa posizione politica volta a scardinare ruoli predefiniti, preimpostati, significati a priori che incasellano le cose, le persone, le donne. La madre sfugge alla dottrina della cura e si concede la possibilità della sua bestialità, rinuncia ai contorni che i paradigmi della cultura tracciano per disegnarsi una fisionomia mutevole, contraddittoria, accogliente di sé e della sua stessa estraneità. E se le ragioni trovano alcune fondamenta nelle riflessioni transfemministe e nel sentire una forte urgenza politica – Grossi Maglioni è parte del collettivo di artiste madri The Glorious Mothers – la presa di una propria posizione diventa atto necessario per poter rinunciare a quella che la cultura stabilisce.
In un presente che determina i ruoli per annebbiarne i diritti, affermarsi bestie vuol dire scegliere di costruirsi come soggetti di una riflessione in divenire, che non intende chiarire le caratteristiche di un’identità ma piuttosto rivendicarne l’esistenza. Le installazioni di tessuti, cuscini, piante, terra, le performance, i workshop, i lavori sonori sono tutte applicazioni di un ragionamento in continua evoluzione che se da un lato restituisce l’intima esperienza personale delle artiste, dall’altro si costruisce nella relazione collettiva, nell’apporto di ogni contatto con individui, oggetti, spazi e tempi. Il lavoro di Grossi Maglioni si nutre dell’alterità, della complessità del non determinato, delle contraddizioni di un senso che ogni volta, a ogni applicazione, si ridefinisce e rimodella. Il significato è solo un indizio, uno sguardo, una versione, e al mutare delle condizioni, del contesto, dei soggetti quell’indizio è destinato a diventare un altro, altrettanto giusto e altrettanto effimero, pronto a lasciarsi trasformare ancora. Ecco che le opere germogliano, vengono abitate, condivise, modificate, si fondono con lo spazio e con le persone, si plasmano attraverso i corpi, si lasciano sovvertire eppure, sull’esempio delle piante che contengono, mantengono la loro radicanza, esistono come opere e rivendicano la loro esistenza, radicate per l’appunto, immobili e mutabili.
In un perfetto equilibrio di significati, il lavoro di Grossi Maglioni accoglie le sue contraddizioni facendosi collettivo e individuale, multiforme e amorfo, orizzontale e trasversale, fatto di memorie e cancellazioni, di strutture crollate e di fondamenta salde. A chi lo guarda è richiesto di far parte di un significato che è solo un indizio, un punto di vista, un contenuto possibile, e da dentro osservare le trasformazioni e comprendere di esserne causa e parte, per poi, ogni volta, ripensarsi.

Alessia Coppolino: Innanzitutto mi interessa capire come siete arrivate dalle Occupazioni a Beast Mother.
Francesca Grossi: C’è una connessione molto forte tra Occupazioni e Beast Mother. Occupazioni è nato intorno al 2014 ed è un progetto ancora aperto che, come di consueto nel nostro lavoro, si sviluppa attraverso una serie di pratiche che poi si condensano in produzioni materiali. Il progetto ruota intorno a un racconto chiamato Occupazioni. The Perpetual Dialogue da cui sono scaturite delle installazioni di tende e tappeti, un libro e una raccolta di audio. Inoltre, Occupazioni ha visto diverse performance, workshop e gruppi di lavoro per scrivere e approfondire alcuni capitoli della storia al cui interno si trova la Beast Mother, uno dei personaggi protagonisti del racconto insieme alla creatura.
Vera Maglioni: Io e Francesca lavoriamo insieme dal 2006 e abbiamo sempre agito in modo processuale. Quando abbiamo scritto questo racconto era un momento in cui una serie di workshop ci aveva portato a quella che era la nostra lettura del presente, abbiamo sentito la necessità di parlare dello spazio, di come questo si organizzava in una comunità di esseri viventi, di come tali esseri si relazionavano tra di loro – la relazione tra la creatura e la madre, tra la creatura e il paesaggio, tra la creatura e un gruppo di suoi pari. Man mano che abbiamo nominato gli elementi di questa nostra visione, le parole diventavano più salienti perché la ricerca ci portava a dire che, ad esempio, non volevamo più parlare di figlie e di figli ma volevamo parlare di creature, una parola che rimanda alla cultura popolare come a quella fantascientifica e in cui il genere e la specie non sono chiaramente definiti. Quando abbiamo deciso di attribuire alla madre il nome di “Beast Mother” era perché avevamo, a quel punto della nostra ricerca, capito che c’era qualcosa nella maternità che a noi non corrispondeva, che avevamo bisogno di riflettere sugli aspetti più bestiali e mostruosi di quell’esperienza.
Ogni volta, nel nostro lavoro, partiamo da concetti molto ampi che a un certo punto trovano una sintesi, anche i capitoli del libro sono delle sintesi, per noi molto dense e significanti. Diventano lo spunto per creare tanto altro discorso – una speculazione filosofica, figurativa, estetica – e possono essere strumenti per andare sempre più in profondità. Così abbiamo voluto fare con il personaggio della madre bestia, andare veramente in profondità, e grazie alla borsa di ricerca dell’Italian Council che abbiamo vinto nel 2021 l’abbiamo potuto fare. L’anno scorso, invece, abbiamo fatto un lavoro molto stimolante in un quartiere periferico di Roma, Quartaccio, lavorando con i bambini e le bambine di una scuola elementare e realizzando in una piazza la scultura chiamata L’Agorà delle Creature. In quell’occasione abbiamo riflettuto molto sulla creatura.
FG: Lavorando in modo processuale da un progetto all’altro c’è sempre una certa continuità. Beast Mother era inizialmente dentro Occupazioni e poi ha cominciato ad avere una vita propria, è diventato un progetto a sé, con una produzione di opere diverse ma in dialogo con Occupazioni, ad esempio ci sono i tappeti, e poi tutta un’altra serie di produzioni sonore e musicali. Però con Beast Mother è iniziato un percorso diverso, più legato alla nostra esperienza di vita, quelle istanze politiche, che erano già presenti negli altri progetti, sono emerse come delle necessità personali e questo ha rappresentato un grande cambiamento nel nostro lavoro.
AC: Mi interessa molto questa attitudine a ragionare su un argomento attraverso varie pratiche, perché ognuna di queste approfondisce una sfumatura diversa della riflessione, il lavoro è la restituzione visiva di un discorso, il workshop quella fattiva, e guardare le cose da più punti di vista probabilmente sta anche nella vostra ontologia di duo, diversi sguardi che si sovrappongono e si intrecciano dando una spinta costante al ragionamento e alla sua crescita. Prima accennavate all’evoluzione anche dei termini, delle parole, da “figlie e figli” a “creature”. Anche da “madre” a “creatrice”?
VM: Sì, ci abbiamo ragionato molto, si parla di “gestazione” di un’opera, di opera allo “stato embrionale”, di “creazione” o “maternità” di un’opera. Però gli artisti fino a cinquant’anni fa erano uomini, distanti dagli impegni, dai doveri e dai diritti che costituiscono le regole sociali e, un po’ come una divinità, generavano le opere per partenogenesi o per autopoiesi. C’è dunque questa ambiguità. E quando le donne riprendono questi termini se ne possono veramente riappropriare in un modo molto interessante. È bello che ci sia questa affinità tra il creare l’opera e il creare esseri, ma c’è un’altra cosa che a noi interessa, che è la maternità queer, per cui identificare la madre come colei che crea e che genera può essere anche fuorviante, su questo nodo ci si potrebbe basare un altro anno di ricerca.
AC: Qui c’è un’ulteriore ambiguità, da una parte il rifiuto di identificare la madre come creatrice e dall’altra la creatrice come madre e come artista.
VM: Abbiamo davvero iniziato a studiare e ad apprendere queste contraddizioni quando ci siamo accorte che nella storia del femminismo la maternità aveva avuto una vita molto controversa. Nel femminismo degli anni Settanta la maternità veniva respinta in virtù di una presa di possesso del proprio corpo e anche adesso c’è una certa difficoltà nell’approcciarsi a questa tematica.
Nell’autunno del 2022 abbiamo organizzato un simposio presso lo spazio indipendente AlbumArte di Roma in dialogo con un gruppo degli anni Settanta, il gruppo femminista Immagine di Varese, di cui era presente l’artista Mariuccia Secol. Da questo dialogo è emerso che è vero che nel tempo ci sono state tante istanze che le femministe hanno portato avanti raggiungendo diverse vittorie, però è anche vero che quando oggi si parla di maternità si ripiomba immediatamente in un passato privo di considerazione dei diritti, è come se all’interno della concezione di famiglia non ci fosse stata un’evoluzione rispetto all’idea di famiglia nucleare, alla cura dei minori e anche degli anziani, che ricade ancora completamente sulle donne.
AC: E parlare di Madre Bestia come accennavate apre due maglie, la bestialità animale e quella mostruosa, questa bestialità mi fa pensare a Timothy Morton quando parla dell’Estraneo strano,2 cioè qualcosa o qualcuno che non si è conosciuto del tutto, che ci è estraneo, che riteniamo strano e in qualche modo bestiale. La madre bestia è un po’ un’estranea strana, sicuramente per la creatura che la guarda, ma anche a se stessa, da una parte rivendicando la sua bestialità e dall’altra riconoscendola come un’estraneità.
FG: Questo è un aspetto che fa emergere tutta la complessità della parola “bestiale” ed è legato al processo di disidentificazione da una certa rappresentazione del materno, che per noi è stato centrale nella ricerca. Se guardiamo al passato, come alla situazione attuale in cui c’è un’appropriazione e una iper-rappresentazione da parte delle politiche familiste di un certo tipo di maternità, allora disidentificarsi è un’azione necessaria, che rende possibile prendere le distanze da quel tipo di discorso per poterne creare altri. Questo processo di disidentificazione avviene anche in diversi momenti della nostra vita di madri o di figlie e figli, a livello più intimo e personale.
In questi anni abbiamo fatto dei workshop in cui chiedevamo ai bambini e alle bambine partecipanti di trasformare le proprie madri in esseri mostruosi attraverso dei costumi, attingendo ai loro ricordi e alla loro immaginazione, ma abbiamo anche lavorato sulla favola. Succede spesso nelle fiabe popolari di incontrare una madre capace di abbandonare e a volte addirittura di uccidere.
VM: Anche perché tutto questo processo di costruzione dell’identità ha molto a che fare con le istanze culturali, per cui a volte questa identità si mischia e si fonde anche con la religione, per esempio la Vergine Maria che è un ideale di madre fuori dalla sfera del piacere, totalmente nell’abnegazione, nella purezza. Siamo state a lungo in Serbia per una residenza, nel 2018, e facendo una serie di incontri con delle donne e delle madri del luogo ci siamo rese conto che nei loro racconti epici c’erano spesso riferimenti a una forte identità patriottica legata alla maternità, per cui la madre deve essere non solo colei che serve la famiglia ma anche la patria, il suo lavoro di madre è un lavoro per la patria, che non è così lontano da quello che succedeva durante il fascismo in Italia e dal pensiero che viene veicolato in altro modo anche ora. Questo fatto è culturale e costruisce la nostra identità, quindi fare l’esercizio di disidentificarsi da quei panni ti aiuta a essere più libera di rimodulare l’identità attraverso la relazione. Questo è ciò che a noi interessa, il fatto che l’identità possa essere in qualche modo negoziata all’interno della relazione.
AC: Un po’ come diceva Heidegger quando affermava che l’ente dell’esserci in realtà è collegato all’altro o all’altra, cioè esserci vuol dire essere l’uno con l’altro, essere l’uno nell’altro, in una relazione che dà vita alle cose.3 Voi poco fa parlavate dei paradigmi della società, è un po’ come se ci fossero dei pattern invisibili che regolano il nostro identificarci nel mondo, la Beast Mother in questo contesto è utile a rimodulare o ribaltare certe dinamiche di potere. Mi viene in mente anche Foucault quando, ne L’ordine del discorso,4 parla del folle che non viene mai ascoltato, che non parla ma fa solo rumore. In questo senso il folle potrebbe essere proprio la bestia, una bestia che però decide di parlare e di esprimere dei concetti anche molto importanti nell’identificazione dell’esserci e, anzi, diventa fondamentale in questo processo.
FG: L’identità di Beast Mother l’abbiamo costruita e decostruita nel tempo attraverso una serie di conversazioni ed è significativo il fatto che alla fine sfugga a qualsiasi tipo di rappresentazione, perché diventa sempre la narrazione di un momento in cui collettivamente si stanno mettendo insieme dei pensieri e delle parole. Magari durante un laboratorio si dà forma a una certa madre bestia, ma poi cambierà, perché le persone che hanno fatto parte di questo progetto sono state tantissime, le più svariate in diversi paesi d’Europa, e quindi la Beast Mother ha preso tantissime forme e le parole della storia che la rappresentano sono cambiate nel corso degli anni per questo motivo. Mi viene in mente rispetto a questa cosa del rumore che dicevi, no? È come ogni volta immaginare un linguaggio nuovo, ed è un linguaggio che abbiamo dovuto mediare in gruppo, collettivamente.
VM: Però appunto non si può e non la vogliamo assolutamente definire, deve avere un significato plastico che si modula sulle persone e sulle relazioni che di volta in volta si presentano, anche per questo la modalità del workshop è così presente nel progetto, è una forma che ci permette di avere un’orizzontalità e una comunicazione tra partecipanti che non sarebbe altrimenti possibile.
FG: C’è anche l’aspetto della trasformazione, che è sempre stato presente nel nostro lavoro. Sin dall’inizio, quando lavoravamo sui temi della magia, c’era sempre il momento delle metamorfosi e poi nella nostra pratica è rimasto questo interesse verso la trasformazione dei corpi, dei pensieri, delle parole, adesso addirittura delle opere. Una volta le nostre opere erano dei dispositivi che si tramutavano in altro generando diversi ambienti e situazioni, adesso le installazioni hanno all’interno degli elementi vegetali, dei piccoli germogli che nascendo, crescendo e morendo cambiano la forma del lavoro con il passare del tempo.
AC: Una sorta di “maglia”, per tornare a Morton, una trama che elimina centri e periferie, in cui lo sguardo di ogni interlocutore trova posto. Mi chiedo quanto questa orizzontalità sia assoluta, cioè quanto voi come artiste stiate sullo stesso piano degli spettatori.
FG: Naturalmente ci sono delle cose che portiamo avanti senza un confronto esterno, cioè solo tra di noi, però tutto il nucleo centrale di Beast Mother viene sviluppato attraverso delle pratiche orizzontali condivise fuori dal duo e così è stato anche nei progetti paralleli a Beast Mother. Ad esempio da alcuni anni facciamo parte di un collettivo di artiste madri, The Glorious Mothers, in cui ci si confronta non solo a livello creativo, ma anche politico, per comprendere quali sono le istanze da portare avanti all’interno del sistema dell’arte, e tutto questo poi ritorna anche alla nostra pratica artistica. Con Beast Mother abbiamo avuto l’occasione di un confronto intergenerazionale con Mariuccia Secol e Manuela Gandini e abbiamo potuto riflettere in maniera approfondita sulla maternità postumana e transfemminista insieme ad altre studiose e studiosi, come Isabella Pinto, Donatella Saroli e Francesco Ventrella. Gli esiti di tutti questi incontri sono confluiti nella pubblicazione finale dedicata alla ricerca dell’Italian Council edita da Postmedia books e presentata al MAXXI la scorsa primavera. Beast Mother è veramente aperta a una quantità di pratiche diverse che non sono solo legate all’opera ma anche alla relazione e alla produzione di pensiero.
VM: Sì, secondo me ha sancito un’apertura verso le pratiche relazionali che prima non era così definita. Abbiamo anche dovuto capire come si fa ad avere una pratica collettiva, penso alle collaborazioni, per esempio con Eva Geist, musicista con cui continuiamo a lavorare, o alla pratica politica che si è anche estesa al gruppo AWI – Art Workers Italia del quale pure facciamo parte perché è importante creare una rete degli artisti e delle artiste in un momento storico così difficile.
È la prima volta che ci sono così tante artiste donne nel panorama italiano e che si cerca di creare una coscienza di classe, perché l’artista deve essere anche un membro della società che guadagna, che ha una partita IVA, che paga le tasse, che può accedere al welfare, cose che erano impensabili cinquant’anni fa. Dicevamo prima che l’artista in passato era spesso uomo, outsider, possibilmente senza famiglia, oggi è diverso e vogliamo che i nostri diritti vengano ascoltati e rispettati, per cui questa pratica collettiva, che è una pratica anche politica, è diventata più che necessaria. E poi l’Italian Council per la prima volta ha permesso ad artiste come noi di fare ricerca e in Italia era una cosa che non si era mai sentita.
AC: Prima parlavate di questa continua trasformazione e contaminazione del progetto, mi viene in mente la teoria della memoria dell’acqua. Secondo la fisica quantistica, le molecole di acqua portano con sé la memoria di qualsiasi cosa incontrino, hanno una memoria infinita che continuano ad accrescere ogni volta che entrano in contatto con qualcosa. Mi chiedo quindi se questo progetto ogni volta che entra in contatto con un soggetto nuovo si comporti come l’acqua, cioè si porti dietro tutto ciò che ha toccato, o se a ogni nuova applicazione si azzeri del tutto.
FG: Questa per me è una questione aperta. Mi viene in mente, sempre pensando alla storia di Occupazioni, come ogni volta che facciamo un workshop, un incontro o una riflessione tra di noi, modifichiamo una frase della storia, un capitolo. Rimane sempre una testimonianza di questi passaggi perché la storia si è poi cristallizzata in diverse pubblicazioni e nelle installazioni, però allo stesso tempo ci sono anche delle cancellazioni che stanno emergendo.
AC: E le vostre individualità in questo processo collettivo che posto trovano?
FG: Beh, anche questo è un altro punto essenziale del nostro percorso attuale, sicuramente la Beast Mother ha portato a un’emersione maggiore delle nostre individualità proprio perché è un progetto che ci ha coinvolte su un piano personale. Stiamo anche cercando di riorganizzare il lavoro in base a questo, Beast Mother è stato un momento di grande cesura rispetto alla nostra pratica, rispetto a come la condividevamo prima e a come verrà condivisa in futuro.
AC: E per il futuro? Cosa avete in programma?
VM: Ci sono diverse cose. Best Mother sta sfociando nella produzione di un video su una donna fatta di terra e fiori che ha aperto un nuovo filone della ricerca che identifica nella tradizione dolciaria antropomorfa italiana un riferimento iconografico importante. Poi ci sono altri tappeti germinanti e stiamo continuando su una produzione audio, ci piace moltissimo lavorare con Eva Geist alla realizzazione di canzoni e installazioni sonore perché hanno la capacità di portarci all’interno di una narrazione in modo avvolgente. Infine si sta sviluppando una ricerca legata al piacere femminile, che è un altro degli aspetti nati dalla Beast Mother e che stiamo portando avanti insieme alle nostre pratiche collettive e individuali. C’è sempre una componente dentro/fuori molto forte, non sappiamo come si fa a stare in due, non sappiamo come si fa a stare in un gruppo, di volta in volta ci riorganizziamo.
Arte e Critica, n. 99, inverno – primavera 2023/2024, pp. 96-99.
1. Beast Mother è il risultato di un lavoro di ricerca sostenuto dall’Italian Council, edito da Postmedia books (2023), con testi di Francesca Grossi, Vera Maglioni, Giulia Pardini, Isabella Pinto, Donatella Saroli e Francesco Ventrella.
2. Si veda T. Morton, Come un’ombra dal futuro. Per un nuovo pensiero ecologico, Aboca Edizioni, Sansepolcro (AR) 2019.
3. Si veda M. Heidegger, Il concetto di tempo, a cura di F. Volpi, Adelphi edizioni, Milano 1998.
4. M. Foucault, L’ordine del discorso e altri interventi, Einaudi, Torino 2004.